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Il
terzo mese dell'inondazione

Alfredo Luvino, Raffaele Romano
Una autorevole scrittrice di romanzi
“gialli”, Agatha Christie, forte dell’esperienza
di un insigne archeologo, il marito, aveva ambientato
una vicenda, ricca di mistero e delitti, nell’Antico
Egitto, 2000 anni prima di Cristo, nella casa di un sacerdote
di nome Imhotep. A distanza di anni, un egittologo torinese,
si cimenta in un impresa analoga, raccontando una storia
ambientata nella terra del Nilo, nella necropoli dell’antica
Tebe, sul finire della XVIII dinastia (1335 a.C. circa).
La vicenda si snoda in un’atmosfera di tensioni
e paure fra rituali magici, misteriose uccisioni ed inspiegabili
violazioni di tombe, nel villaggio di Deir el Medina dove
vivevano, con le loro famiglie, gli addetti all’allestimento
delle tombe dei Faraoni, scavate in una gola deserta nota
attualmente come “Valle dei Re” e chiamata
dagli antichi Egizi ta set maat (Sede della Verità).
Il romanzo si avvale di dati storici e l’ambiente
è descritto con precisione scientifica sul fondamento
di notizie desunte da documenti; il testo è di
accattivante lettura ed emergono informazioni interessanti
sui riti, le credenze religiose ed i vari atteggiamenti
del complesso pensiero egiziano. Dai papiri Ebers e Hearst,
inoltre, sono state tratte le diagnosi, le terapie e le
ricette impiegate da un medico egizio. Si ha così
un quadro accurato della vita nella piccola comunità
operaia: uomini e donne tormentati da problemi e preoccupazioni,
pronti a rallegrarsi per ogni piccola gioia, ma anche
disposti a litigare con arguzia ed arroganza, a compiere
furti e perfino ad uccidere.
Il titolo del romanzo si ispira al calendario; gli Egizi
avevano suddiviso l’anno in tre stagioni di quattro
mesi, ciascuno di trenta giorni, chiamate, in relazione
alla crescita del fiume, akhet (inondazione), peret (uscita
della terra dall’acqua, inverno), shemu (siccità,
estate).
Mario Tosi |
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